La biblioteca, tra offerta egualitaria e piacere privato

La diversificazione tra le due linee di lettura, quella retta dal principio universalistico dell’eguaglianza e quella retta dal principio egualitario della differenza, si è espressa sia nelle diverse pratiche di lettura, sia nella teoria. Le pratiche di lettura del primo tipo hanno spesso mostrato il prevalere dello scopo, della sistematicità, della capacità di massimizzare il profitto (più che il piacere): hanno sviluppato così coerenza, efficacia, tecnicalità, capacità critica. Hanno prodotto momenti e movimenti di lettura collettiva. Il secondo tipo di lettura ha preferito le pratiche oblique, governate dalla dialettica tra piacere e desiderio,[28] il bracconaggio,[29] la fuga e l’evasione.[30] Ha prodotto momenti e movimenti di lettura condivisa,[31] un cui esempio tipico è rappresentato oggi dai gruppi di lettura. Dal punto di vista teorico, se consideriamo la sequenza dei discorsi sulla lettura, come li chiama Anne-Marie Chartier,[32] vediamo che la successione che lei descrive dal “discorso della chiesa” a quello della scuola a quello delle biblioteche e dei bibliotecari, in qualche modo coincide con il percorso che abbiamo sommariamente descritto. L’affermarsi del “discorso dei bibliotecari”, però, mostra una ampia oscillazione e mediazione tra le due linee. Da un lato lo sviluppo del concetto di public library, con la sua offerta egualitaria di accesso alla conoscenza e di servizi per i lettori, indica un’indubbia derivazione dalle lotte per l’estensione del diritto alla lettura; dall’altro, però, i più recenti e significativi sviluppi della pubblica lettura nascono proprio dalla capacità di dare ospitalità a un piacere privato in una struttura che si vuole e resta orgogliosamente pubblica.[33]

Note:
[28] ROLAND BARTHES, Il piacere del testo, Torino, Einaudi, 1975.
[29] MICHEL DE CERTEAU, Leggere: un bracconaggio, “L’ Immagine riflessa” (1986), IX.
[30] ALBERTO MANGUEL, La biblioteca y sus cenizas, “Letra Internacional” (1999), LUG-AGO 1999; W. SOMERSET MAUGHAM, The book bag in “A second baker’s dozen”, London, Heinemann, 1970, pp. 29-33; LOUISE M. ROSENBLATT, La literatura como exploración (ed.orig. inglese: 1938), México, FCE, 2002, p. 233 e segg.
[31] LUCA FERRIERI, La lettura condivisa. Alcune ipotesi di lavoro (relazione presentata a Primo incontro nazionale dei gruppi di lettura [30-9-2006], Arco di Trento, 2006), http://gruppodilettura.files.wordpress.c….
[32] ANNE-MARIE CHARTIER e JEAN HEBRARD, Discours sur la lecture (1880-1980), Paris, Service des études et de la recherche, Bibliothèque publique d’information, Centre Georges-Pompidou, 1989; Idem, Discours sur la lecture (1880-2000), Paris, BPI-Centre Pompidou, Fayard, 2000.
[33] LUIGI CROCETTI, Pubblica in “Il nuovo in biblioteca”, Roma, Associazione Italiana Biblioteche, 1994.

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Lettore moderno

Il lettore moderno nasce, formalmente, con l’invenzione della stampa,[17] ma non c’è dubbio che la sua piena affermazione coincida con lo sviluppo di quello che abbiamo chiamato “secolo dei lettori”. Però, ecco il punto, non sarebbe possibile cogliere questo processo, né questa caratteristica del secolo lungo, se non si facesse ricorso alla seconda linea di protagonismo della lettura, quella della “stanza tutta per sé”. Tanto per cominciare, infatti, il lettore moderno è, anche e soprattutto, una lettrice.

Le lettrici avevano fatto già una loro significativa apparizione nel periodo dell’Ancien Régime,[18] all’epoca della terza “rivoluzione della lettura”[19] quando “a Parigi leggeva il mondo intero”, quando uomini e donne “si alzavano e si coricavano con un libro in mano”.[20] Si era trattato di un’apparizione ancora largamente segnata dal privilegio e dallo stile nobiliare e salottiero, ma già ambientata nel contesto tipico delle lettrici dei secoli successivi. L’iconografia, che è una fonte importante e non sussidiaria della storia della lettura, registra con precisione questo passaggio: alla galleria di lettori studiosi e scrittori, seduti alle scrivanie o in piedi ai leggii, spesso in posizioni che denunciavano la fatica e l’innaturalità dell’atto,[21] che affollano i ritratti medievali e della prima età moderna, subentrano quelli delle lettrici, raffigurate sempre più spesso nei cabinet di lettura, nei salotti, sui divani. Compaiono anche ritratti di bambini e adolescenti che leggono, a dimostrare che è proprio il “quarto stato della lettura”[22] quello che reclama un posto sulla ribalta.

Basterebbe scorrere le rappresentazioni raccolte in volume da Stefan Bollmann, con il titolo italiano di Le donne che leggono sono pericolose,[23] per avere un’idea, immediata, visiva, del cambio di registro. La donna che legge diventa un’icona della lettura, e ne rappresenta la liberazione da doveri e obblighi utilitaristici. Il libro non è più l’oggetto sacrale, lo scrigno retto dall’evangelista nelle miniature medievali. Esso viene disinvoltamente usato, stretto, abbracciato, lasciato cadere. Le posture sono intime, abbandonate, seduttive; la lettura usa il linguaggio del corpo per descrivere la meraviglia, l’isolamento, il raccoglimento, lo stato sognante e melanconico che l’atto procura e per cui quell’atto viene, per la prima volta, rivendicato.

La storia della lettura ha colpevolmente trascurato una pista, non solo iconografica, che sarebbe stata prezioso indagare.[24] Si tratta della Madonna lettrice, se possiamo chiamarla così, ossia della raffigurazione dell’Annunciazione, in cui, dal XIV secolo in poi, Maria appare sorpresa e interrotta dall’Angelo mentre sta leggendo un libro. Vi è persino un dipinto in cui Maria è rappresentata mentre legge un libro sull’asino durante la fuga in Egitto.[25] La frequenza con cui questa scena appare, testimonia “l’espansione della lettura verso classi sociali prima non coinvolte dai processi di alfabetizzazione”.[26] Ma ancora più significativo è che questa raffigurazione si accompagni, e pian piano ceda il passo, a un’altra icona religiosa e poi laica della lettura, Maddalena, il cui pentimento, ben sorvegliato dall’iconologia tridentina, prende spesso la forma della lettura, in pose esuberanti, estatiche, in cui anche la nudità è ammessa. Certo a Maddalena viene concesso quello che a Maria si doveva negare, ma questo passaggio testimonia ulteriormente l’enfasi che l’icona della lettura femminile via via pone sulla libertà e trasgressività dell’atto.[27] Nella Maddalena avvinta in lettura di Cristofano Allori (XVI secolo), in quella del Correggio (1520), in quella di Füger (1808), le prime due con gli occhi persi nel libro e la terza con lo sguardo trasognato rivolto allo spettatore, è difficile cogliere quale sia la penitenza espiata o rappresentata dalla lettura ed è, invece, molto evidente il contrappasso orgogliosamente espresso dal pensiero e dalla libertà femminile.

Note:
[17] VÍCTOR BRAVO, Leer el mundo, Madrid, Veintisiete letras, 2009, pp. 139-172; ELISABETH L. EISENSTEIN, La rivoluzione inavvertita. La stampa come fattore di mutamento, Bologna, Il Mulino, 1986.
[18] ISABELLE BROUARD-ARENDS, Lectrices d’Ancien Régime [actes du colloque, Université de Rennes II, 27 - 29 juin 2002], Rennes, Presses Univ. de Rennes, 2003.
[19] GUGLIELMO CAVALLO e ROGER CHARTIER, Storia della lettura nel mondo occidentale, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. XXXI e segg; ROBERT DARNTON, Il bacio di Lamourette, Milano, Adelphi, 1994, pp. 129-130.
[20] CAVALLO e CHARTIER, Storia della lettura nel mondo occidentale , cit., pp. 337-338.
[21] TIZIANA PLEBANI, Il “genere” dei libri. Storie e rappresentazioni della lettura al femminile e al maschile tra Medioevo ed età moderna, Milano, Angeli, 2001, pp. 62-63. Sull’iconografia della lettura cfr. anche: QUINT BUCHHOLZ, El libro de los libros. Historias sobre imágenes, Barcelona, Lumen, 1998; RACHEL VAN RIEL e OLIVE FOWLER, Opening the Book. Finding a Good Read, Pontefract (West Yorkshire), Opening the Book, 1996; Ore di lettura nei disegni del ‘900 mantovano, a cura di Cesare Guerra, Mantova, Comune di Mantova, 1999; PIERO INNOCENTI, Leggere a gesti, “Culture del testo”, 1 (1995), 1; FRITZ NIES, Imagerie de la lecture. Exploration d’un patrimoine millenaire de l’occident, Paris, Presses Universitaires de France, 1995.
[22] PLEBANI, Il “genere” dei libri, cit., p.154.
[23] STEFAN BOLLMANN e ELKE HEIDENREICH, Le donne che leggono sono pericolose, Milano, Rizzoli, 2007 (ed. orig e inglese: STEFAN BOLLMANN, Frauen, die lesen, sind gefährlich, München, Sandmann, 2005; Idem, Reading Women, London and New York, Merrell, 2006).
[24] Il rilievo è di PLEBANI, Il “genere” dei libri, cit., p. 92.
[25] Maria che legge in groppa all’asino nella fuga in Egitto, XV secolo, Bruxelles, Bibliothèque Royale Albert I, Ms IV, 315, f. 105 v.
[26] PLEBANI, Il “genere” dei libri, cit., p. 93.
[27] Tiziana Plebani ha osservato come l’occhio che dipinge la scena della lettura femminile sia comunque quasi sempre un occhio maschile e come l’attrazione per la lettrice seduttiva e sedotta “sfiori talvolta il morboso” (Ibid., p. 161). Su lettura e trasgressione: JULIAN WOLFREYS, Transgression. Identity, Space, Time, New York, Palgrave Macmillan, 2008.

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Lettori e lettrici

Di queste due direttrici di sviluppo della lettura nell’ultimo secolo è necessario comprendere sia le ragioni di polarizzazione che quelle di ibridazione, perché dal loro processo di confronto e di intreccio nasce la fisionomia del lettore moderno (e della lettrice, come si vedrà). La articolazione delle due linee non può essere ridotta all’alternativa tra una lettura “per sapere” e una “per piacere”, perché questa dicotomia, che pure è molto importante nella storia della lettura, non dà sufficientemente conto della compenetrazione delle rispettive pratiche e della loro coesistenza all’interno della stessa tipologia di lettori.

Sarebbe un errore, per esempio, non cogliere la portata dirompente della linea “emancipatoria”, anche se essa fu poi quasi completamente addomesticata. Pur avendo preso le mosse dalle battaglie di alfabetizzazione dell’Ottocento, dall’esigenza di garantire l’uguaglianza (formale) di accesso alla istruzione e alla cultura per grandi masse di esclusi, essa non è riducibile a questa sola istanza. Ha infatti prodotto una serie di rotture progressive, impedendo che le battute di arresto nei processi di alfabetizzazione, che pure ci sono state, potessero rappresentare un ritorno all’antico regime culturale. Per rendere irreversibile un processo, infatti, non è sufficiente un’espansione quantitativa: occorre produrre modificazioni e rivoluzioni culturali strutturali ed autoalimentate, ed è quello che la rivendicazione dell’istruzione obbligatoria e dei “libri per tutti” è riuscita a fare. Essa ha saputo rompere l’antico patto che legava, anche simbolicamente e iconograficamente, il libro al potere: sbalzato dallo scranno il libro è diventato un oggetto quotidiano, uno strumento utile e un compagno di lotta e ha fatto così la sua apparizione tra i simboli di emancipazione delle classi lavoratrici.

Da questa prima e basilare rottura ne nascono mote altre, che sono fondanti e fondative per le politiche novecentesche della lettura. Il rapporto tra lettura e democrazia, che è alla base dell’istituzione della biblioteca di pubblica lettura, quello, non sempre positivo, tra biblioteca e stato, che in paesi come la Francia ha conosciuto il più forte sviluppo e sostegno anche teorico,[14] hanno imposto la percezione della lettura come diritto-dovere, come parte costitutiva del patto di cittadinanza. Senza queste battaglie non sarebbe possibile spiegare l’importanza che la capacità di lettura (ben al di là della dimensione dell’alfabetizzazione) ha assunto nella definizione del requisito di cittadinanza, con il passaggio dalla dimensione di suddito a quella di cittadino,[15] e negli stessi processi di formazione dell’opinione pubblica.[16] Senza di esse non avrebbero probabilmente avuto luogo la crescita di soggetti sociali e politici, lo sviluppo della coscienza di classe, e la stessa apparizione delle masse (anche questa nel bene e nel male) sulla scena politica e culturale.

Note:
[14] ROBERT DAMIEN, Bibliothèque et Etat. Naissance d’une raison politique dans la France du XVIIe siècle, Paris, Presses universitaires de France, 1995.
[15] ANTONIO BASANTA REYES, La construcción del lector, “Temas para el debate” (2000), 72; DANIEL CASSANY, La lectura ciudadana in “La lectura en España. Informe 2008: Leer para aprender”, a cura di José Antonio Millán, Madrid, Fundación Germán Sánchez Ruipérez y Federación de Gremios de Editores de España, 2008; ANTONIO DÍAZ GRAU, Creando lazos de unión entre los ciudadanos: la biblioteca pública como impulsor de capital social, “Boletín de la Anabad” (2004), 1-2; EDUARDO DE ASSIS DUARTE, Leitura e Cidadaniahttp://www.unicamp.br/iel/memoria/Ensaio…; DANILO ZOLO, La cittadinanza. Appartenenza, identità, diritti, Roma, Laterza, 1994.
[16] JÜRGEN HABERMAS, Storia e critica dell’opinione pubblica, Roma-Bari, Laterza, 1998; WALTER LIPPMANN, L’opinione pubblica, Roma, Donzelli, 2004.

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Leggere per cambiare e cambiare per leggere

All’apparenza non si potrebbe immaginare nulla di più diverso di queste letture: una prodotta e incardinata nella frenesia della città industriale, in cui si inserisce come anticorpo, l’altra campestre e solare; una che prende di petto, l’altra che sta sul bordo;[10] la prima segnata dalla fatica e la seconda dal piacere; la prima maschile, la seconda femminile; e si potrebbe continuare. Comune però è la forza, il rapimento, il potere assorbente e plasmante.

La prima linea è quella della scoperta della lettura come forza di cambiamento e leva emancipatoria in grado non solo di farci scoprire le storture del mondo, ma di contribuire a raddrizzarlo. L’utopia è quella di leggere per cambiare. Il passo del lettore è quello rollante del marinaio Martin Eden, quando entra nella biblioteca di Oakland:[11] un passo di conquista, che lo condurrà, trascorrendo le notti a leggere e la mattina facendosi la barba col dizionario sul lavandino, a espugnare le biblioteche. È la lettura che libera dalla schiavitù. Lo racconta Frederick Douglass nella autobiografia in cui narra la sua storia di schiavo fuggiasco: la signora Auld, la moglie del padrone, che gli aveva insegnato a leggere “come si insegnano dei giochi a un animale domestico”, non avrebbe mai immaginato che quella tecnica si sarebbe ritorta contro di lei, “aiutando Douglass a rovesciare quelle istituzioni a cui lei era così attaccata”.[12] Eppure questa è la storia della lettura (per una volta ristabiliamo l’articolo determinativo che Manguel[13] ha così accortamente bandito dalla sua). Quanto più la lettura ha masticato le briciole del potere, quanto più si è fatta anche involontariamente strumento di selezione sociale, di esclusione e ingiustizia, tanto più essa, a un certo punto della sua storia, si rivolta in nome della sua stessa natura e dell’alfabeto di cui si è nutrita. Non c’è storia della lettura che possa prescindere da questa grandiosa nemesi storica.

La seconda linea è invece quella che porta Virginia Woolf, prima a denunciare la sistematica emarginazione delle donne dal mondo della scrittura e della lettura, e poi a rivendicare il modo di leggere femminile, basato sulla ricerca del piacere e della libertà in “una stanza tutta per sé”. L’utopia è quella del cambiare per leggere.

È difficile capire che cosa è stato il secolo dei lettori, e capire che cosa ne resta, all’inizio del ventunesimo secolo, senza coniugare e confrontare la potenza liberatoria di queste due linee e pratiche di lettura. La terza linea, individuata da Lyons, quella dei “fanciulli”, è in qualche modo contenuta nelle prime due e in un certo senso ne è già un ibrido, talvolta conflittuale: in essa, infatti, si incontrano e si scontrano la linea alfabetizzatrice della scolarità di massa (in cui leggere scrivere e far di conto costituiscono non solo la cassetta degli attrezzi ma l’abbecedario morale della gioventù) e quella della contaminazione di lettura, dei libri passati sotto banco e, proprio, per questo, capaci di far innamorare e di cambiare la vita di chi li legge.

Note:
[10] Esemplare il ruolo che la lettura alla finestra riveste in Virginia Woolf e in cui Carmen Gaite vedrà un tipico atteggiamento femminile: CARMEN MARTÍN GAITE, Desde la ventana. Enfoque femenino de la literatura española, Madrid, Espasa Calpe, 1987.
[11] JACK LONDON, Martin Eden, Milano, Rizzoli, 1979, pp. 66-68.
[12] Cit. in ALIAGA-BUCHENAU, The “Dangerous” Potential of Reading [ebook], cit., loc. 431.
[13] ALBERTO MANGUEL, Una storia della lettura, Milano, Mondadori, 1997.

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Le due cartoline

Se, per seguire il gioco molto serio di Hobsbawm, dovessimo indicare un fatto o un episodio per datare l’inizio del secolo (dei lettori), io sarei tentato di mostrare due “cartoline”. La prima è quella che dipinge lo scrittore Charles Kingsley nel suo romanzo Alton Locke (che peraltro è del 1849, a dimostrare come il secolo è lungo):

“Rimasi in piedi, non so per quanto tempo, sul marciapiedi unto, incurante dei passanti che mi spingevano a destra e a sinistra, a leggere sotto la tremolante luce a gas quella storia triste di fatica, dolore e morte. Come il fittavolo della Highland, malgrado le malattie, la povertà, il rischio stesso di morire di fame, e la lotta quotidiana per guadagnarsi il pane con la zappa, si era istruito da solo; come aveva lavorato senza posa con le mani, come aveva scritto le sue poesie in segreto, su pezzi di carta macchiati e vecchie pagine di libri; come si era così consumato, virile e divino (…)”.[7]

Il protagonista descrive il momento in cui su una bancarella ha visto e iniziato a sfogliare una copia di The Life and Poems of John Bethune, il tessitore poeta. La storia di questa lettura incerta, tremolante e autodidatta che si apre su una bancarella di strada o in una biblioteca popolare, è destinata ad arrivare fino a noi, ed è la storia di una illuminazione, di una presa di coscienza che crea un corto circuito fortissimo tra la lettura e la vita, tra il progetto di emancipazione di milioni di uomini e donne e i libri che lo rendevano possibile. È il periodo in cui le biblioteche venivano prima aperte come argine “contro il rinascere di disordini pubblici”, e subito dopo chiuse come “scuola di perfezionamento dei socialisti”.[8]

Ma il ritratto degli albori del secolo di lettura non sarebbe simbolicamente completo se non gli accostassimo un’altra cartolina, di segno per molti versi opposto o complementare:

“… con le finestre aperte, e il libro appoggiato su uno sfondo di siepi di escalonia e di azzurro lontano, […] era come se ciò che leggevo posasse sul paesaggio, non qualcosa di stampato, rilegato o ricucito, bensì il prodotto, non so, degli alberi e dei campi e dell’ardente cielo estivo, come l’aria che tremola, nelle mattine di sole, lungo i contorni delle cose”.[9]

Note:
[7] Cit. in RICHARD D. ALTICK, La democrazia fra le pagine, Bologna, il Mulino, 1990, pp. 276-277.
[8] Ivi, p. 254 e 264. Lady Ludlow, nel romanzo di Elizabeth Garskell (1858), si oppone alla diffusione della lettura perché essa porta solo “livellamento e rivoluzione” (cit. in ANA-ISABEL ALIAGA-BUCHENAU, The “Dangerous” Potential of Reading. Readers and the Negotiation of Power in Nineteenth-Century Narratives, New York and London, Routledge, 2003 [ebook], loc. 210).
[9] VIRGINIA WOOLF, Leggere, recensire, Milano, Marcos y Marcos, 1990, p. 9.

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La soggettività della lettura

Appare subito evidente che la seconda linea di emersione moderna della lettura, quella adombrata da Virginia Woolf, e poi radicalizzata nei gender o nei cultural studies o nel decostruzionismo e così via, non ha molto in comune con la prima, al punto che è stata da molti giudicata semplicemente antimoderna.[49] In realtà essa rappresenta una corrente ostinata e contraria nel grande fiume del moderno, un anticorpo, un corpo calpestato e offeso, mai però totalmente espunto fino a costituire un elemento cardine della stessa crisi della lettura (e della pubblica lettura) moderna. Virginia Woolf è tra le prime ad affermare con decisione la legittimità delle componenti emozionali del processo di lettura, sulla base di un’analisi teorica che affonda le proprie radici nella sua personale pratica di lettrice. Contro le pretese oggettivistiche, che finiscono a fare del testo una “sostanza aliena”,[50] contro l’enfasi autoritaria sulla tradizione (che pure ella non disprezza, perché permette di vedere il passato in relazione al futuro, e così apre la strada ai capolavori che verranno),[51] rivendica la piena soggettività della lettura, non nel senso soggettivistico, ma nel senso che in essa si costituisce un soggetto, che è socialmente determinato e sessuato. Per questo non è vero che un testo è sempre lo stesso testo indipendentemente dalle condizioni di lettura e dal soggetto che legge. Virginia Woolf capovolge il fantasma dell’errore di lettura, del fraintendimento del testo, che aveva ossessivamente dominato le preoccupazioni della critica letteraria, nella valorizzazione, peraltro pienamente moderna, della lettura come scoperta del nuovo.

Nello stesso tempo la scrittrice afferma la privatezza irriducibile dell’atto di leggere, che è innanzitutto un fatto spaziale (la stanza tutta per sé come bolla protettiva) e poi un fatto di autonomia individuale (la stanza tutta per sé come elemento di indipendenza anche economica). La linea della privatezza, la lotta per l’agio di leggere, ha tirato un filo del moderno fino a disfarne completamente la tela. Essa non si è mai contrapposta ai diritti collettivi incardinati e incarnati nelle strutture di pubblica lettura, essendo nata da questi, ma ne ha rappresentato il controcanto, fino a porre le biblioteche di fronte alla sfida appassionante di dover dare risposta e accoglienza pubblica a un piacere squisitamente privato. Dalla stanza tutta per sé è uscita quindi un’altra utopia, di cui sono figlie le rivoluzioni della lettura che nascono dal moderno e nel moderno, ma che nello stesso tempo ha messo definitivamente in crisi il rapporto tra lettura e modernità. Dalla teoria barthesiana del piacere del testo,[52] per esempio, prende forma la miscela esplosiva che disintegrerà la compattezza moderna della lettura in una miriade di frammenti. La sua enfasi sul dispendio, sullo scialo, sulla deriva perennemente emorragica della lettura,[53] rompe definitivamente con l’idea di una lettura utile e con la volontà di inserire la lettura nella produzione o nell’educazione. Il piacere di leggere suggerisce un’idea di lettura molto maleducata, almeno sotto il profilo pedagogico, e Barthes insiste ripetutamente sul carattere intransitivo della lettura,[54] intendendo che essa non è un oggetto e non ha più un oggetto, in senso, appunto, moderno. L’affermazione che “la nascita del lettore è a costo della morte dell’autore”[55] sembra porre una pietra tombale sull’idea di autorialità che aveva nutrito il moderno e che era stata alla base della creazione di un “pubblico” di lettori.

Note:
[49] Cfr. ELIZABETH A. FLYNN, Feminism beyond modernism. Envisioning postmodern feminism as a critique of modernism, Carbondale, Ill.; London, Southern Illinois University Press ; Eurospan, 2002, pp. 57-76.
[50] VIRGINIA WOOLF, On Re-reading Novels in “Collected Essays”, New York, Harcourt, 1966, p. 160.
[51] Idem, How it strikes a Contemporary in “Selected essays”, Oxford-New York, Oxford University Press, 2008, p. 23 e segg.
[52] ROLAND BARTHES, Il piacere del testo, cit.
[53] ROLAND BARTHES, Il brusio della lingua, Torino, Einaudi, 1988, p. 36.
[54] Idem, S/z, Torino, Einaudi, 1973, p. 10.
[55] ROLAND BARTHES, Il piacere del testo, cit; MICHEL FOUCAULT, Scritti letterari, Milano, Feltrinelli, 1984, pp. 1-21.

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Vai alla seconda parte, Come un romanzo

Buona lettura, Italia. Dai libri di carta all’ebook di Luca Ferrieri

Come sempre, è difficile capire quel che verrà se non si parte da un’analisi e da una presa di posizione su quello che è stato. Centocinquant’anni equivalgono a poche paginette nel libro della lettura, ma sono pagine in cui sono accadute cose molto importanti, che forse avranno conseguenze notevoli anche sul finale (se questo libro ce l’avrà, se non sarà, come in fondo tutti speriamo, un’“opera aperta”).[1]

Il secolo che Hobsbawm ha definito breve,[2] con una forzatura esplicitamente “novecentesca”, è in realtà, come spesso è stato notato,[3] un secolo estremamente lungo: comincia alla fine dell’Ottocento, con la seconda rivoluzione industriale, e finisce, o non finisce, nel XXI secolo, con la globalizzazione. Coincide, in buona sostanza, anche se su scala europea e mondiale, con il centocinquantenario (o sesquicentenario, come ci ha ricordato Eco)[4] che l’Italia celebra in questo 2011. Comincia e finisce nella guerra, anzi nelle guerre, (attualmente ce ne sono 229 in corso su scala mondiale)[5], ma nel suo lungo cammino ha nutrito alcune tra le più grandi utopie di pace e uguaglianza che siano mai state concepite dal genere umano.

Per quanto qui ci riguarda, e naturalmente secondo il mio partigiano e discutibilissimo parere, non c’è dubbio che il secolo, breve o lungo, sia stato soprattutto il secolo dei lettori, o, come afferma Martyn Lyons,[6] il secolo dei “nuovi” lettori: “donne, fanciulli, operai”. E ciò per almeno due motivi: il primo, di ordine sociologico e statistico, perché è stato il secolo in cui la lettura ha enormemente ampliato la sua diffusione e la sua influenza; e il secondo, di ordine culturale, storico e filosofico, perché essa si è imposta come un nuovo paradigma, come uno degli strumenti principali per la comprensione e la trasformazione del mondo e per l’esercizio di un privato piacere intellettuale.

Note:
[1] I temi toccati in questo intervento meriterebbero evidentemente una trattazione ben più approfondita. Esso si propone quindi di esporre, anche se in forma ancora provvisoria, alcune direzioni di ricerca e alcune parziali conclusioni raggiunte.
[2] ERIC JOHN HOBSBAWM, Il Secolo breve, Milano, Rizzoli, 1998.
[3] Ad esempio, ALBERTO ASOR ROSA, Un altro Novecento, Scandicci (Firenze), La nuova Italia, 1999, NICOLA TRANFAGLIA, Secolo breve o secolo lungo? , disponibile all’url http://centri.univr.it/resistenza/novece…; EMILIO GENTILE, Il Secolo breve? Hobsbawm sbaglia, “La Repubblica” (2007), 10-1-2007; ecc.
[4] UMBERTO ECO, Ma Moro era un brigatista?, “L’Espresso”, LVI (2010), 12-11-2010.
[5] Guerre nel mondo, 2011, http://www.guerrenelmondo.it/?page=stati….
[6] MARTYN LYONS, I nuovi lettori nel XIX secolo: donne, fanciulli, operai in “Storia della lettura nel mondo occidentale”, a cura di Guglielmo Cavallo e Roger Chartier, Roma-Bari, Laterza, 1995.

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“Ti regalo questo libro perché… 50 parole per una dedica”

I vincitori

Bianca Pitzorno, Ascolta il mio cuore
Mondadori, Milano, 2004
dedicato da Silvia Nava

Hermann Hesse, Demian
Mondadori, Milano, 2007
dedicato da Rebecca Nalesso

Michael Gerard Bauer, Non chiamatemi Ismaele
Mondadori, Milano, 2008
dedicato da Gian Paolo Belloli

Silvana Gandolfi, L’isola del tempo perso
Salani, Milano, 2008
dedicato da Francesca Bordina

Daniel Defoe, Le avventure di Robinson Crusoe
Einaudi, Torino, 2008
dedicato da Chiara Blandano

Richard Bach, Il gabbiano Jonathan Livingston
BUR, Milano, 2006
dedicato da Carlotta Galimberti

Daniel Pennac, L’occhio del lupo
Salani, Milano, 2006
dedicato da Irene Spini

Giovannino Guareschi, Mondo Piccolo. Don Camillo
Rizzoli, Milano, 2001
dedicato da Catalin Tropotel

Michaela Muntean, Pascal Lemaitre, Non aprite questo libro!
Il Castoro, Milano, 2010
dedicato da Alessia Pozzi

Ermanno Bencivenga, La filosofia in 42 favole
Mondadori, Milano, 2007
dedicato da Deborah Teruzzi

Qui di seguito la locandina con le dediche dei ragazzi che hanno vinto.

Tutte le dediche

Ringraziamo gli oltre 1200 ragazzi che hanno partecipato con le loro dediche, le loro passioni e le loro letture. Ecco finalmente online il pdf che raccoglie tutte le dediche pervenute in redazione

“Un monumento alla propria vita”

In verità, l’archivio di una persona non è solo il riflesso della personalità e delle vicende biografiche del soggetto produttore. Almeno non ne è il riflesso innocente. Esso è anche costruzione – in parte consapevole e volontaria in parte frutto di eventi esterni – di un monumento alla propria vita. […]

Alba utilizzò il suo archivio come un grande contenitore che doveva tenere insieme tutti i personaggi e i momenti importanti della sua vita, i suoi sentimenti accanto alle pratiche del quotidiano. […]

La traccia della continuità e della complessità di una scrittura che si autoalimenta e autosviluppa, si legge nel modo con cui Alba ha organizzato le sue carte: non frammentate, non isolate l’una dall’altra, ma organicamente legate da relazioni documentarie che ripropongono l’organicità e la complessità del procedere del suo lavoro letterario. […]

L’archivio rappresenta la testimonianza del suo modo di lavorare ma anche il luogo dove sono contenute le “prove” (evidence) della sua libertà, perché per Alba la scrittura è lo strumento attraverso il quale si compie la sua indipendenza e si costruisce la sua identità di donna libera. […]

Alba rivisitava continuamente l’archivio che si accresceva e si modificava: creava nuovi fascicoli contenenti documentazione su eventi e personaggi, manipolava la disposizione delle carte nei fascicoli, segnalava intrecci e rimandi tra documentazione e ricordi, costruiva legami tra documenti e libri.

Linda Giuva

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Un impegno “virato al femminile”

Credete di non poter far nulla, voi, chiuse nel giro della vostra vita consueta, casa e ufficio, casa e ufficio. Credete. E invece io vi dico che potete, voi, proprio voi, col vostro grembiulino nero, davanti alla vostra macchina da scrivere, essere altrettanto utile di un patriota o di un soldato. Ci sono anzi cose che essi vorrebbero fare e non possono, cose che non potete fare che voi.
Istruzioni per il sabotaggio (Alle impiegate), “Italia combatte”, [1943]

Così l’impegno civile di Alba è durato per l’intera vita senza farsi inglobare né in correnti né in chiese, seppur laiche; la sua difesa della donna ha trovato voce in ogni sua pagina, ma meglio sarebbe dire che lei ha difeso soprattutto la dignità e la libertà umane. Con le sole armi legittime per uno scrittore: quelle della metafora, della invenzione, della parabola creativa.
Gina Lagorio

[…] de Céspedes era predisposta per interpretare le esigenze e le attese di un rinnovamento complessivo della comunicazione sociale, come quelle che ebbero corso negli anni immediatamente successivi alla caduta del regime fascista e alla fine della guerra. Queste sue attitudini le dimostrò con una duttilità e una prontezza assolutamente non comuni, aprendosi a un arco di esperienze, diremmo oggi, multimediali: come quella che la portò a occuparsi di radiofonia – un mezzo disprezzato, inesistente per la cultura umanistica tradizionale – con la voce di Clorinda. E poi eccoci alla straordinaria iniziativa di “Mercurio”, che diede un contributo tra i più rilevanti a quella riarticolazione complessiva del sistema delle pubblicazioni culturali italiane che ebbe luogo col passaggio dalle riviste fasciste alle riviste postfasciste. La novità era sensazionale: una rivista diretta da una donna ma non dedicata privilegiatamente a un pubblico femminile, anche se sollecitava in una misura largamente inconsueta la collaborazione di firme femminili.
Vittorio Spinazzola

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