La morte

El sciroeu della zittàa del temp che fu

Le vite degli altri

Interni milanesi

La città che cambia

La morte

Franco Antonicelli, letterato e militante antifascista, che fu editore, per i tipi di Francesco De Silva, della raccolta postuma delle poesie di Delio Tessa (Poesie nuove e ultime, Torino 1947), ci ha lasciato un singolare ritratto del poeta milanese che si completa con questa penetrante nota caratteriale: «Bisognava conoscerlo. Se nei primi contatti egli disponeva al riso, poi questo diventava sorriso, e poi grigiore tetro, e brivido e sgomento».

Già, si è soliti ancora oggi ad associare facilmente l’uso del dialetto alla comicità, al riso. E anche in Tessa l’ironia – che spesso è autoironia – la coloritura caricaturale, il guizzo satirico sono i tratti che più colpiscono e soddisfano la lettura e l’ascolto delle sue poesie. Ma è altrettanto vero che la più piena dimensione poetica del Tessa non può fare a meno di un controcanto lugubre, di un presentimento continuamente sotto traccia, che basta un niente ad innescarlo anche nelle situazioni apparentemente più pacifiche e cordiali. È il senso quasi ossessivo della morte, della fine di tutto, della vanitas vanitatis ad accompagnare indissolubilmente la visione del mondo tessiana. Anche nelle poesie di più antica datazione, quelle in cui l’amara disillusione del vivere non poteva ancora aver intaccato l’esperienza sentimentale dell’uomo Tessa, ancor giovane, s’incrociano improvvise visioni di morte: il pioppo ormai divelto dalla tempesta, che cerca di sopravvivere, a primavera, gettando ancora disperatamente alcuni getti (La pobbia del cà Colonetta, testo a); è l’incontro accidentale con due becchini, che fanno andare di traverso i buoni propositi di una spensierata passeggiata ai giardini (Primavera, testo b).

Ma saranno soprattutto i componimenti di maggior respiro, come quello della Mort della Gussona, costruito intorno all’agonia e al trapasso di una vecchia amica di famiglia, rappresentato con crudezza espressionistica (La mort della Gussona); o infine quello di Caporetto 1917, con la visione finale dei morti al fronte che si sovrappone a una città che celebra in una forzata allegria il suo giorno dei morti, il 2 novembre (Caporetto 1917). Una frequentazione assidua, quella con la morte, tanto da sentirsi ormai pronto ad affrontarla, con confidenziale leggerezza: così pare in una lettera scritta ad amici il 6 settembre 1939, a due settimane dall’improvviso decesso per un’infezione dentale trascurata [Abbiamo vissuto abbastanza].

TESTI

La Pobbia de cà Colonneta

Preludio a Primavera

La mort della Gussona

Caporetto 1917

Lettera del 6 settembre 1939

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