Il concertista di parole: Delio Tessa

di Gino Cervi

Chi era Delio Tessa? Una domanda e due risposte.

La prima. Un modesto avvocato, mingherlino, vestito fuori moda, due occhi miopi dietro occhiali dalla montatura traballante; una vita abitudinaria e in sordina: e come suo unico diversivo le poesie in milanese che scrive e recita per una ristretta cerchia di amici, ma senza alcuna ambizione. Tessa muore infatti nel 1939, poco più che cinquantenne, avendo pubblicato nel 1932, più per l’insistenza degli amici, un solo libretto di nove poesie, anzi di “saggi lirici”, come teneva a precisare.

La seconda. Uno dei più grandi poeti del Novecento italiano. Lo scrivono da trent’anni autorevoli critici letterari: e la loro affermazione, si badi bene, non fa differenza tra lingua e dialetto. Delio Tessa viene considerato al fianco di “mostri sacri” della poesia nazionale, D’Annunzio e Ungaretti, Saba e Montale, che hanno scritto i loro versi in lingua, e non in dialetto.

A loro modo le due risposte, per quanto apparentemente in contraddizione, dicono la verità. Delio Tessa ha vissuto in disparte, nella Milano che con occhio curioso e al tempo stesso sgomento osservava cambiare in fretta, tra Belle Époque, Grande Guerra e avvento e affermazione del fascismo. Osservava e non ci stava: anche per questo, oltre che per naturale inclinazione d’animo, aveva scelto di stare in disparte, di apparire il meno possibile. Una vita minima, senza ambizioni, con qualche piccola passione, coltivata con ferma discrezione: la poesia appunto, poche ma sentite amicizie, il cinematografo. Vivere senza lasciare traccia: così scriveva a chi gli chiedeva notizie di sé e della sua attività letteraria, per una pubblicazione su Milano e la poesia: «Caro avv. Podenzani, ella fa molto bene a ricordare i poeti milanesi, ma copra di benevolo oblio il sottoscritto. Delio Tessa non ha alcuna biografia. “Un giorno è nato e un giorno morirà”».

Questo voler cancellare le tracce di sé non ha certo contribuito a rendere il nome di Delio Tessa noto al di fuori dei pochi fortunati che lo avevano conosciuto in vita, e poi, dopo la sua scomparsa, di chi si è accostato studiandone le carte. Il suo essere “senza biografia” era peraltro legato alle condizioni del suo tempo: Tessa si sentiva inattuale anche per altri motivi. Antropologicamente lontano dalla modernità che avanzava, si sentì sempre più fisiologicamente avverso all’ottuso conformismo fascista: la sua voce di dissenso soprattutto morale e culturale al regime non poteva che esprimersi clandestinamente.

Per noi lettori che ci accostiamo oggi a leggere le poesie di Tessa – i “saggi lirici”, pardon avvocato… – resta però anche l’ostacolo di una lingua ormai distante: ai nostri giorni il dialetto milanese è conosciuto e praticato quanto una lingua esotica. Ma Tessa e il milanese sono una cosa sola. Lui stesso spiegava il perché di questa sua scelta di espressione poetica: «Scrivo in dialetto perché so che la lingua italiana non può, assolutamente non può fornire quel mondo di suoni che mi occorre per esprimermi come voglio. Non immagino la lirica se non come musica della parola e le mie dizioni le preparo come si preparerebbe un concerto».

E proprio qui sta uno dei motivi di grandezza della poesia di Delio Tessa: quello di scegliere il milanese, cioè la lingua viva, parlata allora ancora dalla maggioranza della città, per dar voce alla propria poetica. Che non è tuttavia la riproposizione di maniera che per tutto l’Ottocento segue il grande modello di Carlo Porta – poeta che Tessa conosce come pochi altri, ma di cui è niente affatto epigono –, ma possiede respiro concettuale e attenzione alle forme metriche, sintattiche e fonosimboliche che sono propri della grande poesia europea, da Baudelaire agli espressionisti tedeschi degli anni Venti. Come accostarsi però, oggi, a quella lingua, per molti aspetti ormai così lontana? Riproponendo il suono di quei versi, non lasciandoli chiusi esclusivamente nel segno grafico dello scritto sulla pagina. Provare a ridare voce a quella “musica della parola”, a quel concerto di suoni che talvolta sanno dire molto di più del significato che dicono. Riscoprire Delio Tessa ridando voce ai suoi spartiti da concertista di parole.

I brani audio sono contenuti nel CD allegato a Delio Tessa, Le poesie, Hoepli, Milano, 2009, www.hoepli.it

Un ringraziamento speciale va a Michele Tranquillini per la gentile concessione delle illustrazioni presenti negli articoli

Si ringraziano le biblioteche rionali di Milano per il contributo iconografico

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