Divina Commedia di Dante

Per concludere, cito un’opera che non è nel mio elenco, ma sintetizza il mio pensiero. Un’opera, un personaggio: il personaggio è Ulisse, l’opera è la Divina Commedia, e parlo del XXVI canto dell’Inferno, dove c’è il punto più alto, credo, la più straordinaria metafora della disobbedienza come rifiuto delle regole imposte e come ricerca della conoscenza. C’è una frase di Wittgenstein che suona più o meno così: “Qual è il tuo scopo in filosofia? Indicare alla mosca l’uscita dalla trappola”. Ora vi spiegherò che cosa c’entra con la disobbedienza e con Ulisse. La disobbedienza per la conoscenza è la ricerca di alternative, il rifiuto delle verità precostituite, la possibilità di offrire opportunità di uscire dalle trappole, dalle trappole della nostra testa. C’è un’altra bellissima metafora orientale. Una trappola per scimmie viene fatta in questo modo: una sorta di imbuto, all’interno c’è il cibo, la scimmia infila la mano e prende il cibo. Tenendo il cibo nella mano non può tirare fuori la sua mano, se lasciasse andare il cibo potrebbe fuggire, ma non lo fa perché è intrappolata da se stessa, cioè dalle trappole che sono nella sua mente. La disobbedienza alle regole è proprio un modo che noi abbiamo per uscire dalle trappole, quelle della nostra testa e quelle di fuori. In questo senso Ulisse, con quel “Fatti non foste a viver come bruti”, è l’eroe assoluto della conoscenza libera. La sua storia è una metafora della conoscenza, e la disobbedienza diviene metafora straordinaria della necessità inevitabile di sottoporre tutto, regole, informazioni, ipotesi, al vaglio della conoscenza critica, al controllo dell’intelligenza libera.

“O frati”, dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,

a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza.”
(Inferno, canto XXVI, vv. 112-120)

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