A quattro mani di Paco Ignacio Taibo II
Una competenza troppo spesso denigrata è quella del multitasking o attenzione parziale diffusa. Contemporaneamente faccio i compiti, leggo una rivista, tengo d’occhio il cellulare, ascolto musica, controllo le e-mail, mangio un gelato, penso ai programmi per la serata. Molti individuano in questa attitudine la causa principale dell’incapacità degli alunni di seguire una lezione, attività per la quale è richiesta, invece, un’attenzione focalizzata. Al contrario, il multitasking andrebbe insegnato a chi non ne è capace, senza che questo si traduca nel mandare sms mentre un professore spiega. Si tratta piuttosto di mantenere un’attenzione parziale diffusa all’interno di un certo contesto, e saperla poi focalizzare su un singolo aspetto nel caso giungano stimoli che lo richiedono.
La Rete ci fornisce una sovrabbondanza di informazioni: devo essere in grado di scorrere un testo e individuare, grazie ad alcune parole chiave, il capoverso che mi interessa, quello da leggere con attenzione mirata, evitando il cieco copia e incolla descritto prima a proposito delle ricerche con Wikipedia. C’è un romanzo che mette a dura prova la nostra capacità di multitasking, tanto che nella mia famiglia nessun individuo sopra i sessant’anni è riuscito ad arrivare in fondo. È A quattro mani, di Paco Ignacio Taibo II, magnifica architettura narrativa, con almeno dodici filoni che si intrecciano in modo ludico. Può essere utile per riflettere su come la complessità delle narrazioni vada aumentando sempre più, anche e soprattutto nei prodotti di largo consumo, a testimonianza del fatto che, almeno sul piano cognitivo, la televisione e le nuove tecnologie non ci hanno certo reso più stupidi (se non ci credete, confrontate gli intrecci di Stursky & Hutch con quelli di Lost, una serie che io stesso ho smesso di seguire da un pezzo).




