Pinocchio

pinocchioInfine un classico dell’infanzia di tutti noi, Pinocchio, ha ispirato lo straordinario sceneggiato televisivo di Luigi Comencini – poi ridotto in un film altrettanto bello –, un cartone animato americano a sua volta diventato così «classico» che metà del mondo pensa che Pinocchio sia una creatura americana, e più recentemente un film a lungo sognato dal suo autore, Roberto Benigni.

La diversità tra queste versioni è abissale. Là dove Comencini approfitta del libro di Collodi per raccontare la Toscana povera di fine Ottocento – gelida d’inverno e infestata da briganti di ogni risma –, mettendo un po’ a lato l’aspetto favolistico (tanto che Pinocchio è da subito un bambino in carne e ossa, che solo di tanto in tanto diventa un burattino), Benigni accentua invece proprio l’aspetto fantastico dei luoghi e dei personaggi. E se anche nel suo film Pinocchio è «umano», egli si fida a tal punto della favola da mettere se stesso, un maturo signore, a interpretarlo. In Comencini traspare la lezione del cinema del dopoguerra, in Benigni quella degli illustratori che hanno disegnato le tavole delle decine di edizioni di Pinocchio succedutesi nel tempo.

Walt Disney, dal canto suo, non va per il sottile. Il suo mondo «disneyano» è talmente forte e predominante da fagocitare qualsiasi personaggio, anche se sfuggente e conturbante come Pinocchio (o l’Alice di Lewis Carroll). Ogni cosa è edulcorata: il ragazzino è meno monello, Geppetto è il padre assennato e la fatina quella che tutto aggiusta.

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