Il bar dello sport. Quando lo sport racconta la vita di Luigi Garlando
Nella mia squadra di dieci titoli ho convocato scrittori e giornalisti. Questo significa che troverete due tipologie di racconti: l’opera di fantasia a tema sportivo e la narrazione in forma letteraria di un evento agonistico realmente accaduto. Apparentemente si tratta di due spinte contrarie: da una parte lo scrittore lascia il cielo della letteratura per calarsi in uno stadio; dall’altra il giornalista, che nello stadio ci abita, prova a elevare la materia sportiva verso il cielo della letteratura.
Dico «apparentemente» perché in realtà, quando tratta di sport, la letteratura non si abbassa affatto, ma fa semplicemente il suo mestiere, che è quello di raccontare l’uomo e le sue passioni; e quando un giornalista sportivo prende una vittoria o una sconfitta, la depura dalla contingenza e ne fa un evento mitico, dal valore universale, compie un’operazione letteraria a tutti gli effetti. Scrittori e giornalisti, insomma, giocano spesso la stessa partita. Per questo li ho messi nella stessa squadra. A volte litigano negli spogliatoi per la qualità del gioco, ma accade in tutte le squadre del mondo.
Dal punto di vista geografico-letterario i dieci titoli spaziano tra la fantasia magica del Sudamerica, terra promessa del racconto sportivo, e il crudo realismo della Gran Bretagna, culla degli hooligans ma anche di Nick Hornby, che col fortunatissimo Febbre a 90° ha riaffermato la dignità letteraria del calcio.
Jorge Luis Borges si chiedeva come fosse possibile che una cultura capace di sviluppare giochi raffinati come gli scacchi cedesse a divertimenti tanto volgari come il calcio. Nick Hornby probabilmente si chiede come sia possibile perdere tempo davanti a piccoli pezzi di legno quando puoi goderti il grande Arsenal allo stadio, vivo e in movimento. Naturalmente io la penso come Hornby.








