S. di Gipi

Gianni Pacinotti si firma Gipi ed è l’autore più incisivo che il fumetto italiano abbia espresso nell’ultimo decennio. Dopo aver accumulato diversi fumetti, pubblicati negli spazi più disparati (dal settimanale satirico “Cuore”, ai volumi orizzontali della collana “Ossigeno” pubblicati da Feltrinelli sotto il coordinamento di Stefano Benni, a “Blue” mensile da edicola dedicato al fumetto erotico), nel 2003 ha raggiunto la forma libro, pubblicando con l’editore Coconino Press la raccolta di racconti a fumetti Esterno Notte. Da quel momento, Gipi ha iniziato a produrre libri, mostrando una predilezione per il racconto lungo e raggiungendo un pubblico sempre più vasto, costituito – anche e principalmente – da lettori che solitamente non frequentano il fumetto. Nel 2006, dopo aver vinto, con Appunti per una storia di guerra, il premio più prestigioso che possa essere riservato a un fumetto europeo – il grand prix del festival di Angoulême – Gipi ha dato alle stampe il libro S., un lungo e affettuoso ricordo del padre appena scomparso, nel quale, data la natura autobiografica del racconto, l’autore ha dato spazio a una narrazione più immediata e istintiva.

La realizzazione di un fumetto passa, di solito, per un processo, più o meno minuzioso, in cui la definizione di una pagina attraversa una serie di approssimazioni successive del racconto definitivo: idea, soggetto, sceneggiatura, matite, inchiostri. Certo, ci sono autori che hanno mostrato indifferenza a questo processo, decidendo di realizzare fumetti partendo direttamente dal disegno: dalle sperimentazioni “in forma di farfalla e di fiamma di cerino” del francese Moebius, al racconto istintivo di certo Andrea Pazienza, alla comicità di getto di Sergio Aragones, al metodo di lavoro infallibile di Benito Jacovitti.

Anche Gipi realizza i propri fumetti seguendo gli approcci più diversi e a volte il racconto nasce direttamente sulla pagina a fumetti (è il caso di S. e del recente LMVD, La mia vita disegnata male). Ma, nei suoi lavori, la scrittura istintiva non è un metodo, così come non lo è la scelta di “disegnare male” (la dichiarazione, evidentemente risibile, si riferisce alla volontà di realizzare pagine in cui la tecnica sia in secondo piano rispetto all’istinto, in modo da garantire un enorme impatto comunicativo).

Gipi, raccontando S., ha molto sottolineato la spontaneità del racconto, spiegando come il canovaccio di lavorazione fosse un quadernetto in cui c’erano pagine con la scritta “pioggia”, altre con descrizioni poco più articolate e altre ancora con un solo rapido disegno. Ha insistito così tanto sulla natura di esorcismo di questo racconto, che doveva liberarlo rapidamente di ricordi che non riusciva più a sopportare, da suscitare sospetti sulla sua buona fede. Il libro è solido e compatto e mostra una narrazione in cui i ricordi (e le menzogne) del padre vengono messi progressivamente a fuoco con un gioco di strani anelli (quasi fossimo di fronte al complemento fumettistico del film Big Fish di Tim Burton).

Gipi è però anche molto attento a incontrare il proprio pubblico. Fa reading dei suoi libri, rilascia interviste televisive, partecipa a incontri col pubblico. E quando lo si ascolta, ipnotizzati dal movimento circolare delle sue lunghe mani, si capisce che questo autore capace di realizzare una pubblica dichiarazione d’amore per il padre, è proprio così: immediatezza e repertorio, amore e rabbia, onestà e menzogne. Il lettore può decidere di fidarsi ciecamente, oppure può leggere i suoi ottimi fumetti come fossero le finzioni costruite da un grande autore di fumetti: il godimento resta inalterato.

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