Krazy Kat di George Herriman
Il gatto Krazy, il cane Offisa Pup e il topo Ignatz sono i protagonisti del primo triangolo amoroso del fumetto. La storia, ridotta ai minimi termini, è molto semplice: il cane ama il gatto che ama il topo; il cane odia (ricambiato) il topo, che, forse, non ama il gatto, ma lo colpisce, ogni volta che riesce, con il suo mattone (la cui durezza è forse una metafora).
Ma non basta il rapporto anomalo tra attrattori strani a raccontare questa striscia. Perché il lavoro di George Herriman, serializzato per trent’anni sui quotidiani statunitensi senza cadute di tono, esprime benissimo la natura del fumetto: un rapporto fortissimo e complice, quasi vero amore, tra parole e immagini. Un equilibrio fragile che tradisce la propria stabilità ogni volta che si tenta una traduzione: passando dalla lingua originaria a un’altra, le parole iniziano a cascare male sui disegni e tutto quello che era perfezione formale suona più rigido. Già, perché la giustapposizione complice di segni iconici e verbali funziona in Krazy Kat anche grazie alle storpiature linguistiche e ortografiche e al lettering (la scrittura nei balloon) acuminato e sghembo che fioriscono dalla bocca dei personaggi.
E questa trasposizione sgrammaticata del parlato è una delle ragioni dell’amore che i lettori muovevano verso la striscia. Un linguaggio fatto apposta per suonare come la trascrizione fonetica di quella lingua aliena con cui si era venuti a contatto non appena sbarcati, pieni di speranza, a Ellis Island, tra ispanici, irlandesi, tedeschi, cinesi e italiani. E, da quel porto d’approdo, si giungeva in un mondo nuovo e sconosciuto e lo spaesamento era continuo.
Proprio come avveniva (e avviene ancora oggi) guardando gli sfondi delle vignette di Krazy Kat, dove i vasti paesaggi di Coconino County vengono raccontati senza nessun vincolo di consistenza. Ogni inquadratura, ogni sguardo, è una sorpresa. La stessa sorpresa che colpiva l’immigrato disambientato. Rocce, deserti e cactus interrompono il loro flusso, fluido e inconsistente, solo per lasciare spazio al cubo di cemento della prigione, dove il cane rinchiude – immancabilmente – il gatto col suo duro mattone. La gatta innamorata, sotto, sospira.
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