Al tempo di papà di Jiro Taniguchi
Il fumetto ha sempre assunto caratteristiche – di formato, di meccanismi di produzione, di forme di consumo – differenti a seconda della regione geografica che lo ha generato. L’ultima scuola nazionale ad aver attecchito in maniera dirompente sul mercato europeo è stata quella nipponica. Il successo del manga in occidente (in Francia, in Spagna, negli Stati Uniti e anche in Italia) è sicuramente legato alla capacità degli autori e degli editori giapponesi di toccare una gamma vastissima di temi e di parlare ai pubblici delle età più disparate, usando un linguaggio capace di non apparire artefatto. Questa segmentazione dei generi e dei pubblici, che non ha uguali in nessuna altra nazione, è profondamente connessa alla modernizzazione del manga, avvenuta al termine del secondo conflitto mondiale, grazie soprattutto alla presenza di Osamu Tezuka. Questo autore, infatti, è stato capace di definire le caratteristiche di almeno un paio di segmenti dell’industria culturale (il fumetto e l’animazione), con quarant’anni di produzioni di altissimo livello.
Descrivere l’importanza di Tezuka raccontando gli effetti del suo passaggio sull’immaginario nipponico è impresa titanica. Ai fini di questa bibliografia, basta sottolineare la direttiva centrale della sua produzione: il manga deve essere “omoshiroi”, interessante. Può essere di qualsiasi genere e rivolgersi a qualsiasi pubblico, ma non deve mai tradire il tacito accordo col lettore: deve mantenerlo incollato alla pagina, raccontando fatti strani e straordinari.
Se, da un lato, l’urgenza di costruire racconti “omoshiroi” ha prodotto un immediato diffondersi del manga presso i pubblici più diversi, rivolgendo narrazioni a quelle che potevano sembrare nicchie miratissime (scatenando talvolta successi di pubblico difficili da spiegare), dall’altro essa si è tradotta in una dittatura che, per quanto benevola, ha rischiato di bandire il fumetto più realistico e mimetico. La nascita di un’opposizione alla forma di manga voluta da Tezuka, e sviluppatasi col nome di gegika attorno alla rivista “Garo”, ha reso possibile l’emergere di autori capaci di costruire racconti improntati al realismo più spinto e svincolati dai generi canonici o dalla loro commistione.
Tra tutti gli autori realistici del nuovo fumetto giapponese, Jiro Taniguchi segna il più forte punto di contatto tra Giappone ed Europa, non nascondendo mai il proprio amore per autori francesi, come Moebius, o italiani come Attilio Micheluzzi.
Al tempo di papà è la storia di Youichi e della distanza insanabile che lo ha separato dal padre fino alla morte di quest’ultimo. Incomprensioni stratificate che hanno soffocato per quindici anni l’affetto di un figlio nei confronti di un padre su cui aveva fatto ricadere tutte le colpe del disgregarsi della propria famiglia d’origine. Assistiamo al ritorno a casa e al recupero di una memoria negata e forse fraintesa attraverso l’affetto e i racconti di amici e parenti. La riconquista dell’amore paterno passa attraverso un doloroso processo di ridefinizione dei propri debiti, non solo biologici.
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